RACCONTI VARI ED EVENTUALI

Il Vento e la Paura

Saturnino detto Nino prese il suo solito posto sulla panchina, all’ombra di un albero secolare.
Da lì, osservava il mondo ed era sicuro di dominarlo.
Da lì, il sole poteva vederlo e parlargli, se ne aveva voglia.
Da lì, nessuno poteva notarlo ma nemmeno dire che lui non ci fosse.

Impigrito dall’inattività permanente, si mise una volta di più a guardare chi faceva bella o misera mostra di sé nell’apatico tran-tran della mattina presto. Era il solito viavai di volti senza nome e senza attrattiva e le poche facce conosciute che avrebbe fatto volentieri a meno di conoscere... Purtroppo per lui, non aveva nulla di meglio da fare che rimanersene lì, in contemplazione di quel teatrino improvvisato ed illudersi di esserne l’occulto burattinaio.
La gente lo aveva soprannominato “Nino il Pazzo” sin da quando, bambino, aveva raccontato di voci e luci che sembravano essere sempre con lui. Sin da allora, era convinto che qualcuno lo guardasse da un angolo remoto del cosmo e che rincorresse i suoi pensieri per imprigionarli, come farfalle in un retino. Sin da allora, sentiva sul suo collo il puzzo di una presenza ostile.
La sua, dicevano, era una alterata percezione della realtà e quel suo percepire i colori e le forme in maniera distorta lo rendevano differente dai cosiddetti individui normali.
Nino non ci capiva granché, sapeva solo che dei lampi multicolore lo abbagliavano periodicamente e che trovava insulso quello che altri trovavano eccitante.
- Ora proveremo a spegnere queste luci che ti disturbano tanto…- Lo rassicurava sorridendo lo scienziato (così lo chiamava sua madre) di turno, ma nessuno era mai riuscito sul serio a guardare dentro la sua testa e a cavarvi fuori la sua vera storia.
Lui ci aveva provato, con la complicità della propria solitudine, avvicinando una torcia alle narici e, aiutandosi con uno specchio, cercando di sbirciare in quei due piccoli fori.
Fallito quel tentativo, aveva provato a spingere lo sguardo sino dentro le proprie orecchie: le voci dovevano per forza essere lì, se era l’unico al mondo a sentirle.

Nulla di nulla. Non era riuscito ad arrivare al centro del suo cervello.
Forse c’era il vuoto, lì dentro. O un gioco di specchi.

Crescendo, si era scoperto attratto dalle piante, così simili a lui nella loro immobilità, così diverse da quella umanità che non voleva capirlo né farsi capire da lui. Aveva passato ore a parlare di sé a quelle creature che imitavano lo stesso stato di comatoso silenzio in cui era immersa sua vita. Poi aveva smesso perché, come tutte le altre cose, anche quella gli era diventata indifferente e lui preferiva ripiegarsi su sé stesso invece di preoccuparsi del mondo circostante.
E meno gli scienziati riuscivano a dare un nome alla sua distanza, più si moltiplicavano gli sguardi interrogativi e irritati che questi rivolgevano a lui, come se disorientarli in un marasma di sintomi fosse stato un suo preciso disegno.

Il solito, piccolo uomo gli si avvicinò. Lo aveva soprannominato “L’Entusiasta” per quella smania di apprezzare tutto e tutti e quella voglia di sottolineare e dipingere con toni trionfalistici qualsiasi cosa avesse fatto, fingesse di aver fatto, avrebbe fatto in futuro o anche solo sognasse di fare in un lontano domani.
- Come va oggi? Bene?! – Si sentì chiedere.
Detestava le persone che facevano domande e le chiudevano con una risposta. Vero – detestava tutte le persone ma queste, in particolare, persino più delle altre.
-Bene – Rispose, e l’uomo sorrise in un tripudio di denti sfavillanti.
Una volta di più, si accorse di essere disturbato da quella sua personalità acerba e sopra le righe, che fingeva d’essere il ritratto dell’esuberanza ma finiva per rivelarsi per quello che era: un vortice piccolo e inutile, un mulinello di vento che non muoveva niente, che non attraeva niente dentro di sé, se non un nugolo di foglie secche.
- Sa cos’ho fatto ieri sera? Ho dipinto un quadro. Non per vantarmi, ma è chiaramente un capolavoro. –
Nino rammentò quando, anni prima, lo avevano obbligato a giocare con i colori. Per capire meglio chi lui fosse…Già, così avevano detto. Come se mescolare due specifiche tinte assieme piuttosto che altre totalmente differenti servisse a decifrare gli spartiti che lui aveva in testa.
- …Come soggetto ho scelto la finestra della casa di fronte. Sa, è un po’ cadente e talmente pittoresca che solo un artista può apprezzarla…-
Baggianate. Una finestra fatiscente su di una casa, probabilmente, diroccata anch’essa parla di povertà e trascuratezza. Punto e basta. Ma lui non poteva dirlo, era “Nino il Pazzo”, non era un artista, in effetti…e sicuramente nemmeno “l’Entusiasta” lo era. Povero omino, contento di tutto tranne che di se stesso… Non faceva che parlare e parlare, agitando nell’aria la mano destra adornata da un anello pomposo e palesemente falso che tradiva forse un suo lato femminile nascosto.
Patetico e soporifero come la biografia di un fallito.
- Aspetto un amico - Lo liquidò lui, e lo fece in fretta, allo stesso modo di come ci si libera di un insetto noioso e molesto. Sperò fosse l’ultima volta che era costretto a subirne la presenza.

Ecco apparire “Il Controllore”, due mani rossastre, visibilmente umidicce e le pupille immancabilmente dilatate in un moto di stupore posticcio che pareva disegnato ad arte su quel volto insipido. Lo guardava, da distanza ravvicinata, sempre con sospetto, gli occhi spalancati e appuntiti come spilli, quasi aspettando di coglierlo in fallo per un qualche motivo.Non poté fare a meno di chiedersi, ancora una volta, come ogni giorno da quando veniva al parco, che senso avessero persone così. Quale era la loro funzione sociale? Parevano esistere unicamente per dar noia agli altri attraverso un paio di occhi immancabilmente attenti e sciocchi.

E poi…oh, sì, non poteva mancare “Il Narratore”, il re della gestualità distratta, dell’espressività statica condita da qualche goccia di sudore maleodorante. Aveva sempre un orologio dorato appuntato sulla giacca, come una spilla. Non faceva che esaminarlo come se il tempo nascesse da quella scatola di latta e stesse aspettando il momento propizio per fuggire da lui. Ma c’era una piramide di storie da raccontare in quelle sue tasche capienti, e guai a fare domande, anche solo per cortesia o noia: un turbinio di risposte esasperatamente dettagliate poteva travolgerti facendo perdere a te la nozione del tempo. Meglio non dargli corda, meglio rimanere in sonnolenta osservazione senza perdersi in discorsi infruttuosi.

Ecco, quello era l’inesorabile inizio di un’altra rivoltante, apatica, insulsa giornata.
Impossibile cercare di sottrarsi a quel vento continuo che si insinuava nella sua testa, si propagava dentro, in ogni piega del suo cervello come un’onda discontinua.

Che apocalisse di nulla era, in fondo, la sua vita. Solo e fermo, perennemente a subire quel vento fastidioso e indiscreto. A proposito, come si fa ad uscire dalla prigione di una giornata mossa dal vento? Nascondendosi dietro i muri, strisciando lungo le pareti o semplicemente tappandosi le orecchie con le mani per non sentire il richiamo di quella voce stridula?
A volte pensava di non riuscire a reggere più il peso di sé e della sua indefinibile realtà. Forse era tempo di fermare il turbine di pensieri mancati, fermare la luce stridula, fermare il silenzio.

Che colore ha la linea sull’orizzonte della sopportazione, lo strapiombo che segna il confine tra il bene ed il male?

Che importanza aveva, in fondo. Proprio lui si faceva questa domanda, lui che non sapeva nemmeno che forma avesse un confine, anzi, lui che era scosso da un brivido di inquietudine al solo pensiero di andare altrove, oltre qualsiasi linea virtuale che si potesse chiamare frontiera.
- Vado via, vado lontano – diceva, a volte, ma erano suoni senza significato perché, in verità, lui non concepiva la possibilità di allontanarsi. Andarsene da cosa? Andarsene da chi? Non aveva punti di riferimento da cui fuggire.
Paura di sé, paura dell’altro, chi lo sa, non si era mai chiesto da cosa nascesse questa repulsione.
Nemmeno il suo amico “Il Razionale” che a volte cercava con pazienza di togliere il fango in eccesso che minava la sua visione della vita si era spinto sino a confutarla.

- Sulle paure no, non posso insistere - diceva sempre – Quelle ci sono e basta-

Già, ci sono e basta. Specie in quel casolare pieno di cianfrusaglie e filastrocche che era la sua testa. Era sempre stata così, un ammasso di punti, virgole e caratteri scritti in maiuscolo, un testo scombinato e illeggibile?
Forse il vento era il responsabile di tutto, forse un giorno era entrato dentro i fori del suo corpo e aveva sradicato e divelto le piante del suo giardino interiore. E lui si era ritrovato a camminare su un filo sottile sospeso a mezz’aria, dove credeva di cadere ad ogni passo.
Se la ragione nasce fragile e si libra nell’aria come un aquilone, allora basta una brezza sottile per disperderla e far perdere ogni traccia del suo ricordo. E chi si getta a cercarla a mani nude, fra i flutti della memoria, viene a sua volta inghiottito da un deserto d’acqua.
Fatto sta che, in quel bailamme senza punteggiatura coerente, talvolta si sentiva l’unico e autentico amico immaginario di se stesso. Un amico, però, non sempre fidato, che, di tanto in tanto, si allontanava da lui senza un perché, andandosene in giro con una maschera di normalità addosso. E fingeva con tutti di non conoscerlo.
Allora lui, deluso, raccoglieva il suo fagotto di sogni di carta e si rintanava in un luogo che solo lui poteva raggiungere, dove il mondo non c’era più e dove fantasticava sulla possibilità di vincere la sua dipendenza da quel suo amico infedele. Magari prendendo il coraggio a due mani e cancellandolo dalla faccia della terra.

Quante volte, sin dalla più tenera età, per vincere la paura e domarne l’irrazionale istinto, l’aveva travestita da rifiuto irrazionale ed aprioristico, vendendo la sua vitalità positiva a brandelli, giorno dopo giorno, sino a meravigliarsi dell’uomo che stava diventando.
Sapeva già allora di essere pazzo? Forse sì, forse lo sapeva.
La follia e la gioventù, se costrette ad incrociarsi lungo il loro cammino, non si cedono vicendevolmente il passo ma finiscono per camminare affiancate, tenendosi per mano. E poi si stemperano, l’una nell’altra.
A volte l’ira entrava nei suoi vestiti e poi giù, sotto la sua pelle. E allora la gente lo chiamava “una scheggia impazzita, un auto fuori controllo”. Chissà cosa pretendevano da lui. Anche un bambino sa che l’uomo che naviga lungo il fiume della pazzia non è più padrone di orchestrare la cadenza delle sue albe. E dove la fobia la fa da padrone, non c’è più spazio per quotidianità e bagni di salute nel mare della ragione.

Che ne sanno gli uomini comuni di quando il terrore, travestito da demone, ti insegue? Di quando sembra essere più veloce di ogni tuo pensiero? E quando infine ti raggiunge, ti isola, per incatenare i rimasugli della tua coerenza al muro della resa e piegarti al suo volere. Non ci sono parole o voci a cui tenersi stretto per fugare l’ingombrante ombra del sospetto e dell’insicurezza. Come d’incanto, tutto si scompone in spettri distorti che vagano senza direzione; la mente pare essere un fazzoletto di utopie sospeso in un gorgo dove la lucidità è pia illusione. Allora, credere diventa impossibile. Riuscire a confidare in qualcuno, in qualcosa o in se stesso diviene un sogno irraggiungibile.

Amava i momenti in cui si odiava e desiderava perdersi, lungo la via.

Sin da ragazzo, c’erano istanti in cui si accorgeva di non essere più da solo ma in compagnia malata e malsana di un’altra figura che lo affiancava e se ne stava muta, nel buio complice e sordo dell’indifferenza generale, mentre il solito, sciagurato vento si faceva sentire e creava rumore e incertezza. Col tempo si era convinto che quella figura astratta non poteva che essere la Paura, quella che si nasconde, rannicchiata e vigile, dietro le colline che sorgono sulla strada di ogni essere umano, in paziente attesa della sua attenzione. Se era veramente così, allora, in fondo, lui era una creatura privilegiata: era a lui che la Paura si era manifestata, da lui solo si era fatta riconoscere. Trionfante per quella scoperta, per anni si era perfino illuso di poterla domare e vincere.
Ma non aveva tardato a scoprire che, quando la sera si infittiva e trasfigurava i propri lineamenti sino a tramutarsi in neonata notte, la Paura si faceva donna e lo prendeva per mano. E lui vedeva la propria sagoma scura staccarsi da lui, allungarsi e storpiarsi per poi rincorrere una qualunque fantasia.
Seguiva con lo sguardo l’immagine di sé allontanarsi, in balia di quella compagna che si divertiva a deformare la sua natura.
In quei momenti, si rendeva conto di dover lasciare il suo punto di osservazione sul mondo ed appagare il suo senso di estraneità. Come farlo non gli era chiaro; nell’intimo sentiva solo il profondo bisogno di afferrare quella Paura per le spalle e scuoterla sino a farle vomitare i pezzi di lui che essa aveva ingoiato.

Poi, quando il volto dell’alba si affacciava, cullata da una notte oramai morente e lo feriva con lame sottili di luce, lento e in punta di piedi, il demone del terrore ritornava nel suo angolo di tenebra.
Lui si guardava i palmi delle mani e, incredulo, li vedeva coperti da una parvenza di rosso. Come una lama, questa incideva la sua carne per lasciare di sé una traccia indelebile. Rimaneva per lunghi minuti sconcertato e immobile.
C’era davvero quella macchia oppure no? Erano le sue quelle mani o forse no?
Quante mattine di pioggia aveva alzato quelle mani a lui improvvisamente nemiche, cercando sprazzi di luce per distinguerne le linee naturali e non vedervi più quei rivoli rossastri e caldi. Ma le tenebre non sono fitte abbastanza per accecare gli occhi della memoria. Non hanno armi per dissolvere nel silenzio le grida dell’animo ferito e sopraffatto dallo smarrimento.

Il rifiuto della società in cui era costretto a vivere, il disprezzo per ogni forma di vita che non fosse la fotocopia di sé stesso, l’orrenda consapevolezza di essere indubitabilmente, irrimediabilmente incapace di amare… chissà se tutto questo, raccolto e mescolato insieme in un mesto calderone poteva giustificare il buio della sua mente? Brancolava in quella oscurità, eppure non si stancava mai di assaggiarne il gusto.
- Tu sei un bambino speciale - gli diceva spesso sua madre, quando ancora era con lui, nel piccolo appartamento da dove si vedeva uno scorcio di mare.
Lui sapeva di esserlo. Lo aveva sempre saputo.
Poi, però, con il tempo, si era scoperto dannatamente deluso da se stesso. Si era visto cadere, piano piano, in una voragine scura, attratto da quella assenza di realtà che vi scorgeva dentro.
Era giusto o no? Era quello che lui veramente voleva oppure no?

Infinite volte, assorto e chino nelle paludi del dubbio, specchiandosi nell’acqua bruna delle pozzanghere, scrutando quella immagine scomposta e sfigurata, si era chiesto di chi mai fosse quel volto che pareva fissarlo con sorpresa. E aveva scavato nelle abitazioni impolverate della sua memoria, stanza dopo stanza, dove solo l’odore di stantio rimaneva e copriva ogni altro aroma. Lì aveva vagato, per ore, per giorni o forse per pochi secondi, cercando il ritratto di sé, così come lo rammentava. Ma non c’era riuscito.
Era mai esistito, l’uomo che parlava alle piante, l’uomo che giocava con i colori, o forse era l’ennesima illusione fatta di specchi creata ad arte dalla sua mente?
Forse era sempre stato il figlio del buio e della Paura, quello con i tratti del viso stranieri e le piaghe nelle mani sconosciute.

Il sole smise di parlargli e si nascose. Accadeva ogni giorno.

Ecco. Un altro giorno era passato nella noia assoluta della sua vita. Un'altra notte ed un altro risveglio, lo aspettavano, dove avrebbe aperto e chiuso la porta dietro al demone della paura in fuga, spaventato dall’avvento di una nuova alba.

Quella mattina non c’era più traccia de “l’Entusiasta”. Qualcuno mormorava che scampoli di lui giacevano chissà dove, aspettando di venir ricuciti. Non ne sentiva la mancanza, non ne sentiva la mancanza per niente. Si era svegliato con una canzone in testa ed era ancora con lui.
Niente di nuovo,in fondo. A volte le cose e le persone attorno a lui sparivano. Chissà come, chissà perché. Se ne era accorto ma mai una volta gli era capitato di averne nostalgia.
Tutto sommato, togliendo il sole e la sua pazzia c’erano solo Vento e Paura nella sua vita. Ma voleva davvero qualcos’altro?

Una volta aveva letto un racconto breve che parlava di un uomo seduto su una panchina, all’ombra di un albero secolare. Quel giorno, si era sentito scippato dell’unico segreto che sentisse veramente di possedere. Essere seduto lì oppure non esserlo, che differenza faceva? La verità era che tutti sapevano chi era e cosa pensava e volevano rubargli la sua individualità anche se non valeva che pochi spiccioli.
Anche gli studiosi che lo visitavano, di tanto in tanto, non volevano forse appropriarsi della sua mente per poi spegnerla per sempre?

In passato, i benpensanti avevano predetto per lui un futuro senza nessuno intorno con solo la violenza a far da contorno. Sì, era andata proprio così. Qualsiasi cosa era, per lui, un universo di solitudine eppure lui non si sentiva l’unico ad essere solo.
Del resto, anche nel più vasto degli assembramenti umani, dinanzi al pericolo e all’ignoto ogni uomo è solo. Del resto, ogni uomo prima o poi è schiavo della violenza patita ed elargita, lato oscuro dell’angoscia terrena. Cosa c’era di così diverso nella sua situazione?
E’ nell’immensità che non c’è spazio per l’individuo così come è nella folla che sono più forti l’isolamento e l’assenza.

Ecco “Il Narratore” con il suo fagotto di storie inutili venuto a spezzare i suoi pensieri e a violare intenzionalmente la melodia ripetitiva della sua canzone.
Stavolta non riuscì ad impedirgli di sedersi accanto a lui. E fu il solito susseguirsi di frasi e pensieri senza una radice. E così lui puntò gli occhi verso un angolo qualsiasi del cielo, per nulla preoccupato dal fingere un qualsivoglia interesse, per educazione o per un senso di rispetto anche minimo.
Sperava di riuscire a vedere la stessa luna della notte appena trascorsa per metterle un po’ di sale sulla coda. La trovò e, catturata, decise di cavalcarla come se fosse stata un destriero senza padrone.
- Ha capito?- la voce, senza inflessioni e senza colore, svegliò la luna e la spinse a disarcionarlo. E lui si sentì precipitare di nuovo sulla terra. Annuì, suo malgrado, sperando di appagare le esigenze del Narratore quanto bastava per zittirlo. Lo spinse, invece, a continuare il suo sproloquio con persino maggiore enfasi mentre la brezza lo colpiva di continuo.

Un po’ più in là, oltre il limite della sua ombra, vide due ragazzini giocare a palla. Un giorno un operatore aveva messo in mano ad una sua amica una palla di pezza e le aveva detto che, se la metteva sul proprio ventre, questa l’avrebbe trascinata in avanti mentre se l’avesse tenuta dietro la propria schiena, essa le avrebbe impedito di continuare a camminare. E, vedendo l’amica diventare una bambola attaccata a quella palla che pareva d’improvviso avere vita propria, Nino aveva scoperto la forza negativa della suggestione.
E aveva capito che parecchi non sanno la differenza tra follia e stupidità.

“Il Controllore” pochi metri più in là, camminava con le mani giunte dietro la schiena. Lo fissava. Come sempre.

E intanto “Il Narratore” parlava e parlava. Come sempre.

- Me ne vado. Non tornerò più al parco - sibilò Nino. E non si rivolgeva a nessuno. Si alzò e corse via, sotto gli occhi sbigottiti del suo interlocutore e quelli per nulla stupiti del Controllore.

Ma non erano passate nemmeno ventiquattr’ore ed era di nuovo lì, seduto ad aspettare il sole che però quel giorno pareva non volesse farsi trovare.
Già, era di nuovo lì.
Perché da lì osservava il mondo ed era sicuro di dominarlo.
Perché da lì il sole poteva vederlo e parlargli, se ne aveva voglia.
Perché da lì nessuno poteva notarlo ma nemmeno dire che lui non ci fosse.

Strano. Nemmeno il Narratore si era ancora fatto vedere, chissà dov’era, probabilmente a spargere le sue storie in un altro parco qualsiasi. Buon per lui. Nino, invece, non aveva nessuna storia da raccontare. Volendo, un giorno, in un lontano futuro, avrebbe potuto comprarsene una e cucirsela addosso. Perché, così aveva imparato dagli esseri umani, le storie si comprano nel negozio della vita e poi si esibiscono, come gioielli di bigiotteria.

D’un tratto sentì un gran trambusto. Il Vento si alzò, d’improvviso, e lui sentì su di sé i soliti occhi spalancati e sospettosi, appuntiti come spilli.
Vide un gruppetto di uomini in uniforme correre sull’erba rada.

“Il Controllore” lasciò che lo trascinassero via senza fare un fiato, mentre un anello pomposo, palesemente falso, cadeva dalla sua tasca.
Aveva un orologio dorato appuntato sulla giacca, come una spilla.

Nino scosse il capo.
E poi dicevano che il pazzo era lui.